ENTRAMBE LE COSE. LA VERITÀ È CHE CI ODIANO PERCHÉ CI AMANO. CI ODIANO (UN PO’) PERCHÉ NON POSSONO FARE A MENO DI NOI. CI INVIDIANO QUALCOSA CHE NOI ABBIAMO E LORO NO. NONOSTANTE, PARE, SIANO PIÙ CIVILI DI NOI E ABBIANO MENO DEBITO DI NOI, I TEDESCHI NON POSSONO NEMMENO DEFINIRSI SENZA GLI ITALIANI.

L’emergenza che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi e che non è ancora finita ha fatto emergere questo aspetto in modo preponderante. Per capirlo però è importante conoscere la stampa tedesca e saper distinguere tra quello che i mass media italiani ci fanno credere sull’opinione che i tedeschi hanno di noi italiani e quello che effettivamente sta succedendo in Germania. Mentre la stampa italiana rappresenta principalmente la posizione della classe dirigente tedesca, la stampa tedesca rivela un’opinione pubblica tutt’altro che omogenea e molto ben disposta verso noi italiani. Solo leggendo la stampa tedesca, in lingua originale, è possibile capire quanto la stampa italiana non sia affatto di aiuto agli imprenditori italiani che vogliono espandersi sul mercato tedesco, e sui mercati esteri in generale.

Riporto di seguito alcuni articoli pubblicati su giornali tedeschi, cartacei e online. Si commentano da sé.

1. ARTICOLO TRATTO DA FRANKFURTER ALLGEMEINE ZEITUNG (22.03.2020)

Ci Mancate

Ci mancate. Nella crisi, ci rendiamo conto di cosa significhino per noi i nostri vicini. Per l’occasione, uno Speciale Viaggi sul desiderio del Sud. Le notizie e le immagini che ci giungono dalla Spagna, dalla Francia ma soprattutto dall’Italia sono così terribili che nessuno, certo, può pensare al viaggio; e tuttavia, proprio in un momento come questo, viene spontaneo riflettere ancora di più su cosa significano, per noi, questi Paesi. Non si può comprendere la Germania senza il suo desiderio di Italia. Dall’imperatore Ottone III, che nato a Cleve volle essere sepolto a Castel Paterno, fino a Goethe, i tedeschi, per definizione, hanno un desiderio di Sud: appena possibile consumavano le ruote delle loro carrozze per andare a distendersi, allegri e pallidi come lenzuoli, fra cipressi e arancini; dall’Italia, si sono riportati indietro il barocco, il tiramisù, le Alfa Romeo e Paolo Conte, e così alla fin fine la loro vita ha assunto un tono migliore, significativamente più meridionale. Quanti guardavano all’Italia con gli occhi dell’austerità, occhi che ricordano lo “Schwarze Null (gli ‘zeri neri’, cioè positivi) dei pareggi di bilancio, forse provano vergogna, adesso che si vede cosa succede quando il sistema sanitario subisce tagli drastici e gli ospedali vengono trattati come business di investimento a fine di lucro, anziché come luoghi di soccorso alla vita che meritano, a qualunque costo, di essere finanziati.

Uno dei motivi per cui stare a nord delle Alpi è cosa vagamente sopportabile era la consapevolezza che, in qualunque momento, potevi prendere e partire per l’Italia. Adesso, stentiamo a crederlo, è tutto passato: perfino i dipinti, che nei nostri musei raccontano il desiderio di Italia (il balcone su Napoli di Carl Gustav Carus, da sotto il quale spunta Ischia nella calda nebbia mattutina; il Goethe in campagna di Tischbein), perfino i quadri stanno asserragliati nelle gallerie chiuse; l’italiano, sigillato dietro l’angolo; l’Italia, irraggiungibile. Tanto più vivi si fanno i ricordi: il barista a piazza Bologna, che conosce a memoria tutte le canzoni di Vasco Rossi; i tramezzini sulla via Tiburtina; lo stormire solenne del vento fra i cipressi, nel quartiere Nomentano; il negozio di cianfrusaglie che porta il bel nome di ‘Nuove Sensazioni’; il vecchissimo signore in doppiopetto, che stoicamente, con l’amico, tutti i giorni stappa una bottiglia di Lachryma Christi del Vesuvio e la guarda come se quello che sta bevendo abbia il sapore del vulcano e di lacrime antiche; la luce rossa al neon del Bar Basso; il rumore delle ultime corse che di notte si fermano a Bellagio, subito prima di sprofondare nel sonno; i vecchi tram gialli e il cornetto del mattino a Milano; il Circeo in controluce, appoggiato sulla sabbia; il pazzo intreccio dei marmi nella Cappella San Severo a Napoli; la nuvola blu del gas di scarico che si crea all’incrocio, quando venti motorini partono tutti insieme; lo scricchiolio tinto di rosa della Gazzetta dello Sport.

Questo Speciale raccoglie ricordi di quello che ci manca dell’Italia, e proposte su dove potremo andare, quando questa follia sarà passata. Noi torniamo, torniamo presto. ‘Andrà tutto bene’.

2. ARTICOLO TRATTO DA SÜDDEUTSCHE ZEITUNG (23.03.2020)

SOLIDARIETÀ ESEMPLARE: La società italiana sta mostrando il meglio di sé nella crisi. Ma per quanto tempo si può resistere se il governo continua a imporre norme più severe?

(…)

Gli europei amano questo paese anche quando il sole non splende? Quando le cose si mettono male, la società italiana mobilita il meglio di sé, anche nell’imprevisto, come ha sempre dimostrato nei disastri come i terremoti. Naturalmente, nessuno sa per quanto tempo la gente resisterà ancora in questo modo, o quali misure ancora più severe adottate dal governo potrebbero spezzare quel filo che ha tenuto insieme la società fino ad oggi.
Tutti hanno dovuto imparare dall’Italia cosa può causare una tragedia come quella del Coronavirus. L’Italia può anche insegnarci come una società può cercare di affrontare questa sfida; che la solidarietà e l’umanità non sono solo chiacchiere ingenue, ma la cosa più necessaria per una società per sopravvivere in queste circostanze – e una delle cose più importanti da salvare per il futuro. Oltre all’aiuto concreto, qualsiasi incoraggiamento esterno può ora rafforzare il coraggio degli italiani. Sembra snob, ma sarebbe ora di dimostrare che amiamo questo Paese, anche quando laggiù non splende il sole.

3. ARTICOLO TRATTO DA SÜDDEUTSCHE ZEITUNG (30.03.2020)

Achim è titolare di una cattedra di socioeconomia all’Università di Duisburg-Essen. L’esperto di macroeconomia e finanza dimostra un orientamento di tipo keynesiano. Dal 2019 è membro del Consiglio degli esperti economici, composto da cinque membri, il che lo rende uno dei più importanti consulenti di politica economica del governo tedesco.

Achim Träger chiede i Corona Bond, perché altrimenti l’euro crolla. (…) Per me la crisi mostra qualcos’altro. Che quelle forze politiche hanno sbagliato a voler ridurre ulteriormente il ruolo dello Stato. Se avessimo fatto più tagli negli ospedali e nei servizi sanitari, il virus avrebbe causato ancora più morti, come ha fatto in maniera terribile in Italia e in Spagna, paesi che sono stati costretti a fare tagli durante la crisi dell’euro del 2012.

(…)

La presidente della BCE Christine Lagarde ha inizialmente sconvolto i mercati. Quando ha detto che non era suo compito impedire i differenziali dei tassi di interesse tra i paesi dell’euro, i titoli italiani sono stati messi subito sotto pressione. Ma quello è stato il suo unico errore. Successivamente, come nella crisi dell’euro a partire dal 2012, la BCE si è assunta la responsabilità e ha calmato i mercati finanziari.

(…)

Il Coronavirus colpisce più duramente l’Italia e la Spagna, c’è la minaccia di una nuova crisi dell’euro?

Sì, se gli Stati non si oppongono alla crisi con la stessa determinazione con cui si oppongono a livello nazionale. Devono impedire ai mercati finanziari di speculare contro l’Italia e la Spagna e di far lievitare i costi dei finanziamenti pubblici. Siamo allo stesso punto della crisi dell’euro. A quel tempo c’è stata una lunga esitazione e gli Stati debitori non hanno ottenuto fiducia. Se esitiamo come abbiamo fatto nell’ultima crisi, l’euro andrà in pezzi – e probabilmente anche l’UE.

Questa volta dovrebbe contare il fatto che tutti i Paesi sono colpiti dal virus e che nessun governo possa essere accusato di aver causato la crisi per colpa dell’eccessivo indebitamento.

Sono a favore dei Corona Bond, che saranno rimborsati insieme. Le condizioni non devono essere dure. Molti Paesi dell’Europa meridionale hanno sofferto molto durante la crisi dell’euro. L’Italia e la Spagna non vogliono rivolgersi al fondo di salvataggio dell’euro MES perché i mercati finanziari potrebbero farsi strada da soli. Tutti i paesi dovrebbero chiedere aiuto al MES, così nessuno viene stigmatizzato. La Germania o i Paesi Bassi temono che i coronabond aprano la porta ai debitori senza che questi si prendano alcuna responsabilità. Preferiamo aprire la porta alla fine dell’euro? A cosa serve se noi tedeschi abbiamo il virus e l’economia sotto controllo, ma gli altri paesi dell’euro non ce la fanno? La crisi non è il momento di andar troppo per il sottile.

4. ARTICOLO TRATTO DA ZEIT ONLINE (23.04.2020)

È l’empatia che ci manca? Il dibattito a Bruxelles sui Corona Bond non è solo una questione di denaro. C’è confusione, eppure questa crisi potrebbe essere il problema che lega l’Europa. Il mio lavoro come corrispondente dell’UE mi ha insegnato due cose. La prima che l’Europa di tanto in tanto si ritrova a fronteggiare una crisi, e la seconda che poi le cose non vanno mai così male come sembrano all’inizio. Ecco perché la regola di base quando si scrive sull’Europa è sempre stata quella di stare attenti ad evocare la crisi. Perché se lo fai troppo spesso, ti senti come il pastorello nella favola del pastore e del lupo: il ragazzo grida più volte “al lupo! al lupo!” e ogni volta arrivano i cittadini del villaggio in soccorso – ma il lupo non arriva mai. Un giorno il ragazzo chiama di nuovo aiuto, perché il lupo questa volta c’è veramente. E nessuno arriva.

Temo che sia esattamente quello che potrebbe accadere in queste settimane. Ancora una volta l’Europa è in crisi. Ma a chi importa più? Dopo tutto, ci sono tanti altri problemi: l’obbligo di indossare le mascherine, per esempio.

Con lo scoppio della crisi del Coronavirus, la Germania si è concentrata sulla propria situazione interna: le statistiche giornaliere dell’Istituto Robert Koch, i letti per la terapia intensiva, le regole del distanziamento sociale, ecc.. Nonostante questo possa risultare comprensibile, perché all’inizio nessuno si aspettava un tale shock, di fatto ciò ha portato a non accorgerci come in Italia prima la delusione e poi la rabbia siano cresciute: perché i tedeschi (e pochi altri nordeuropei) non solo si limitavano semplicemente a guardare la tragedia italiana in televisione,  ma addirittura la peggioravano.

L’Italia ha avuto semplicemente sfortuna.

Nei primi giorni in cui la pandemia è arrivata in Europa, l’Italia è stata colpita più duramente di qualsiasi altro Paese, dalla pura sfortuna. La gente lì è morta a centinaia. Ma non abbiamo fatto quasi niente. Non abbiamo dimostrato alcuna solidarietà nelle strade, niente candele alle finestre, né minuti di silenzio. Anzi la vendita di mascherine all’estero è stata proibita e il team di crisi del Ministero dell’Interno e del Ministero della Salute ha imposto il divieto di esportazione dei dispositivi di protezione medica e quindi anche di materiali che avrebbero potuto salvare vite umane in Italia.

Ricordo ancora come anch’io pensassi in quel momento che fosse giusto così, e non approfondii le circostanze. Il materiale sanitario doveva rimanere in Germania, perché era necessario qui, così pensavo in quel periodo. E come me, molti altri. In questi primi giorni ci sono stati molti tweet su quanto siamo un grande Paese solidale nella crisi del Coronavirus. Questo può essere vero a livello nazionale, ma un grande paese al centro dell’Europa non dovrebbe avere sempre in mente i suoi vicini? Ci è mancata l’empatia? Io per esempio vedevo l’Italia come paese che avremmo dovuto aiutare subito, con le mascherine e altro ancora. La mia reazione è stata meschina. Non ho pensato da cittadina europea. E oggi mi sento tremendamente in imbarazzo per questo.

Si può obiettare che ciò che pensa e sente in privato una giornalista non coinvolto non conti gran ché. Vero, ma quello che fa il governo conta. Il governo ha a disposizione consulenti, comitati di crisi e pianificazione e dovrebbe quindi sapere cosa succede nei paesi vicini. Ma anche il governo tedesco ha fallito, come ora sappiamo – a differenza dei governi di Cina, Russia o Cuba. Questi paesi hanno inviato spontaneamente aeroplani con aiuti all’Italia per vari motivi. In Germania, invece, le cose hanno cominciato a muoversi solo quando alcuni intellettuali hanno lanciato un appello. Intellettuali che sono stati derisi da alcuni e definiti “intellettuali toscani” (ndt. in Germania sono così definiti gli intellettuali piccolo borghesi, che sfoggiano un’aria di superiorità, ma che conducono una vita del tutto simile a quella dei loro avversari; in Italia chiamati “radical chic”).

Sì, lo so: adesso anche i pazienti italiani vengono curati nei reparti di terapia intensiva tedeschi. Ma la gente in Italia è rimasta maggiormente segnata dalla nostra prima reazione, più che dagli aiuti arrivati solo dopo. E questo significava: confini chiusi e mascherine solo per noi. La Francia, invece, ha agito in modo diverso, i confini con l’Italia non sono mai stati chiusi lì. La delusione italiana è ora alimentata anche dal fatto che la voce della Germania si è fatta sentire di nuovo forte nell’UE solo da quando (ancora una volta) si è parlato di denaro, ovvero della questione di quanto l’Europa sia finanziariamente solida in questa crisi e di come dovrebbero essere i programmi e i progetti europei che sostengono l’economia e la guidano fuori dalla crisi. Il nodo cruciale sta tutto qui: quanto ciascun Paese europeo è disposto a supportare il peso degli altri affinché alla fine tutti ne traggano vantaggio?
Oggi al vertice dell’UE si tratterà proprio di  questo: L’Europa sta uscendo da questa crisi compatta o si sta sgretolando? La parola chiave del dibattito politico di questi ultimi giorni per far fronte alla pandemia è “coronabond”. Per gran parte della CDU e dell’economia, questa i coronabond rappresenterebbero una nuova versione degli Eurobond e quindi un’idea sbagliata di responsabilità solidale. Se l’Europa emettesse obbligazioni comuni di questo tipo, quale che sia il nome, tutti sarebbero responsabili per tutti, permettendo a ognuno di mantenere la propria autonomia sulla politica finanziaria.

5. ARTICOLO TRATTO DA BILD ZEITUNG (01.04.2020)

Siamo con voi!

Piangiamo insieme a voi i vostri morti. Vi siamo vicini in questo momento di dolore perché siamo come fratelli. Wie Brüder.

Ci avete aiutato a far ripartire la nostra economia. Ci avete portato cose buone da mangiare. Improvvisamente anche da noi c’erano antipasti, farfalle, tiramisù. Non più solo crauti e patate e polpettone. L’Italia, il paese che è sempre stato nel nostro cuore. Vi venivamo a trovare con il maggiolino, sulla Riviera, a Rimini, poi a Capri, Venezia e in Toscana. Cercavamo il mare azzur- ro e il profumo dei li- moni, canticchiando Umberto Tozzi e Paolo Conte – „Un gelato al limon”. Volevamo sempre essere un po’ come voi. Con la vostra rilassatezza, la vostra bellezza, la vostra passione. Volevamo saper cucinare la pasta come voi, bere Campari come voi, amare come voi. La dolce vita. Per questo vi abbiamo sempre invidiato. Ora vi vediamo lottare. Vi vediamo soffrire. Anche da noi, la situazione non è facile, ma da voi è mille volte più difficile. Infermiere sfinite che dormono su una sedia. Medici che devono decidere chi può sopravvivere e chi deve morire.

Siete sempre nei nostri pensieri. Ce la farete. Perché siete forti. La forza dell’Italia è donare l’amore agli altri. Ciò vi aiuterà a uscire da questa crisi.

Ciao, Italia. Ci rivedremo presto. A bere un caffè, o un bicchiere di vino rosso. In vacanza oppure in pizzeria.

 

About The Author

Elena Dal Maso

Fondatrice Kruman e Export Manager per il mercato tedesco. Autrice del libro "Come Vendere ai Tedeschi".